Nuove Tecnologie e linguaggi Musicali - Conservatorio "A.Casella" L'Aquila
Scuola di Musica Elettronica

RICERCA: ATTITUDINE MUSICALE - METODO SCIENTIFICO da MUSICA E SCIENZA

Il margine sottile ISMEZ, Roma 1991

Michelangelo Lupone


I 2 Bilanciamento

Se l’affermazione “io non cerco, trovo” si presta a interpretazioni di vario tipo, ed è il caso di notarlo proprio per Picasso, l’assunzione odierna che pone una preminenza irrazionale nei processi creativi, è univoca e riscontrabile in un generale riflusso della cultura. Paragonabile a una implosione, un movimento pendolare di compenso rivolto verso la direzione opposta, il “gesto che trova”, si manifesta in contrasto all’esplosione generata dalle avanguardie del dopoguerra e all’utilizzo, sempre più interattivo culturalmente, delle tecnologie elettroniche. In contrappeso alla crescente esigenza di complessità (procedurale ed espressiva), il bisogno del semplice, del primordiale, dell’anonimo tenta di bilanciare e orientare non solo il gusto degli ascoltatori ma anche di quei musicisti che, per l’esiguità dei loro mezzi, sono trascinati nel riflusso sotto l’egida del tutto plausibile (anche il suo contrario) o della rigida conservazione di procedimenti e modi espressivi ben consolidati. Se al suo esordio, qualche procedimento compositivo, come quello che utilizza tecniche ricorsive, ha destato un interesse per la novità, oggi appare sempre più compromesso con i fenomeni di moda. Anche l’oggettivazione di un materiale minimo attraverso la ripetizione2 è divenuto ormai l’escamotage di facili speculazioni.

I 3 Espressione

Ritornando al “gesto”, e al suo “trovare”, prima di sviluppare alcune osservazioni, bisognerà considerare quanto segue: il “trovare” per sua natura rende casuale la soddisfazione del necessario; può mettere in evidenza qualcosa ma non crearla;

il “trovato” elude ogni atto volontario e predeterminato; si colloca nel limbo del possibile non del probabile; la sua forma (e il suo significato) preesiste all’atto come all’azione del soggetto che “trova”. Nel rivolgere l’attenzione verso le opere musicali, la cosa più evidente è che nessun elemento definibile trasgressivo, sperimentale o innovativo emerge dal loro contesto; i “gesti”, così come il “trovato” non sollecitano alcuna particolare o insolita caratterizzazione espressiva, anzi risultano per lo più subordinati a leggi emozionali semplificate, lineari, senza sfumature, che si articolano quasi incolonnate in successione alternata (lento-veloce, denso-rarefatto, fortissimo-etc.) in una logica respiratoria che distribuisce tensioni e distensioni più similmente ad una improvvisazione. Dove subentrano procedimenti ricorsivi e automatismi (in genere permutativi), l’esito, sostanzialmente non cambia; gli elementi incernierati tra loro da un codice più forte si rendono compiacenti di una stabilità e normalizzazione che prevarica l’atto creativo fino a renderlo estraneo o assente all’espressione, con indubbio vantaggio del procedimento che può raccontare sé stesso e la meccanica del suo esistere. Il compositore che si affida alla pulsione del “gesto che trova”, denota come è sempre più diffuso il rifiuto o l’imbarazzo verso una significazione, un senso da corrispondere all’atto creativo. Il “trovare” svuota l’intenzionalità che si suppone alla base dell’atto creativo e dispone il “gesto” all’atto distratto e abituale. Lo spazio virtuale occupato dai modi e dai materiali musicali si presenta preformato e indistinto all’azione del trovare e il gesto, privato del sostegno direzionale della ricerca, può solo ripetere sé stesso con un movimento generico, senza scopo, evidenziando tra gli elementi ora questo ora quello, lasciando indeterminata o casuale o puramente meccanica la relazione di necessità che muove da questo a quello. Come l’automatismo produce azioni che presto diventano abitudine e che private dell’utensile con cui si rendono funzionali, ci informano solo dello spazio occupato e del tempo della loro durata (per esempio i movimenti dattilografici di un copista, su una macchina per scrivere senza foglio) così il gesto, privato del suo utensile (l’oggetto creato, scoperto dalla ricerca e reso necessario dall’espressione), assume la stessa natura, lo stesso movimento delle mani di un pianista che “interpreta una sonata” su una tastiera muta!

I 4 Senza rischio

Un ulteriore aspetto del “trovare” che facilmente sfugge all’analisi o alla verifica, consiste nella particolare separazione operata dall’”ascolto” del materiale espressivo dal soggetto della pulsione (compositore) e quest’ultimo dal “gesto che trova”. Come dire che si realizza una separazione di comodo tra soggetto compositore, gesto e opera che disimpegna l’autore da qualsiasi interpretazione. Ad agire come separatore, paradossalmente anche nelle opere cosiddette neoromantiche dove più sentita è la pulsione soggettiva del gesto, e quindi il legame compositore-opera, interviene la memoria collettiva (il nostro ascolto) che dovendosi riferire a un materiale non creato ex novo, ma trovato, ossia già codificato, anche se latente all’attenzione, integra il gesto all’interno del sistema di riferimento offerto dalla tradizione, cancellando, nello stesso tempo, il suo latore in quanto semplice supporto fisico della trasmissione di un senso comune. Il gesto, inteso genericamente, anche se connesso ad una pulsione istintuale soggettiva, nasce e si articola all’interno di un codice culturale e sociale: è quest’ultimo che ne svela il significato e permette di riconoscerne la comunicazione. In altre parole, il “gesto creativo” è tale se spezza la continuità di un processo di comunicazione abituale, quando sovverte o modifica l’ordine imposto dal codice di relazione tra individuo e individuo, tra collettività e individuo. Altrimenti la sua valenza si esplica soltanto nel ripercorrere i modi di un patrimonio comune, nel ripetere, come in un rito, la celebrazione dello stesso senso nello stesso atto o, al limite della sua pratica, nel far coincidere ma anche congelare, come in un mimo, l’azione con la sua funzione. Con l’atto del trovare, in modo ancora più evidente, il gesto, rimanda alla collettività, all’esperienza comune, la competenza di una decodifica e di una interpretazione; si assoggetta al campo neutro di possibilità offerto dal senso e dalla memoria comune e in esso traccia un percorso facilmente distinguibile, dove i materiali (utensili) espressivi, di tipo generico, non fanno altro che esibire la propria indipendenza dal soggetto che li ha trovati, la totale subordinazione al senso che la tradizione gli ha imposto. In questo modo il gesto si separa dal suo artefice che, può esimersi da una responsabilità diretta degli esiti della comunicazione, può eludere ogni possibile rischio derivato dalla natura del materiale trovato e soprattutto non deve cercare il significato di ciò che trova ma solo enfatizzare l’efficacia della sua azione, la persistenza e la genericità della sua fruizione.

I 5 Se fosse …?

Per quanto detto sin qui, sarebbe lecito porsi una domanda: le opere che utilizzano come processo creativo il “gesto che trova”, possono inscriversi all’interno di una concezione più generale di indeterminazione o aleatorietà? Pur costituendo il “trovare” un ottimo presupposto a tale concezione e avendo notato, precedentemente, l’involontario scollamento dell’intenzione dal gesto e dal materiale espressivo, non sembra ipotizzabile per queste opere il rango di “alea”, tanto meno di un percorso del “senso ostruito”. Se il gesto potesse compiere i suoi movimenti in uno spazio coscientemente casuale e descriverci sé stesso, il suo divenire, si potrebbe motivare l’interesse, se non per il risultato, per il procedimento. Quest’ultimo potrebbe essere accolto con lo stesso entusiasmo manifestato per quel processo compositivo trovato dall’osservazione delle imperfezioni della carta su sui si scrive3. Potrebbe, forse, stimolare la nostra fantasia come una lingua sconosciuta di cui, all’ascolto, pur non capendo, si può percepire la respirazione, la pura significanza, senza per questo pretendere di giungere al suo significato, al gusto o alla volgarità, all’intelligenza o all’imbecillità di chi parla. Con queste condizioni sarebbe plausibile la conquista di uno spazio artificiale svuotato di ogni asserzione e ogni negazione, dove il gesto perda ogni significato, la materia ogni attributo, dove il percorso sia quello del “senso ostruito”. Uno spazio, come nota Barthes, dove finalmente accogliere il suggerimento buddista che raccomanda di non essere mai preda delle quattro proposizioni:

  • questo è A

  • questo non è A

  • questo è ad un tempo A e non A

  • questo non è né A né non A

e (involontariamente!) corrispondente al paradigma perfetto della linguistica strutturale {A, - non A, - né A né non A (grado zero), A e non A(grado complesso)}.


(2) Al suo apparire nelle arti visive il Minimalismo usava dire: “meno di così non si può dire”. In effetti l’attenzione è rivolta, come nota Renato Barilli (L’Arte Contemporanea, Feltrinelli, Milano 1985), all’utilizzo di materiali e procedimenti scontati, che “non fanno più problema”, forme che “appaiono ormai anonime, corrispondenti a un minimo di scommessa, di assunzione di responsabilità”. (pag 314) Anche in musica è constatabile come l’interesse si sposta tutto sul rapporto con le caratteristiche esteriori del materiale, alla percezione di un “ambiente” in cui il tempo della memoria viene annullato per lasciare spazio al solo rilievo dell’istante, del dettaglio. “L’attenzione doveva portarsi tutta all’esterno, cioè alle caratteristiche reali (fisiche, plastiche, spaziali) di quelle strutture primarie, le quali quindi contavano per il grado di ingombro, di volume occupato, per il fatto che obbligavano il fruitore a girarci attorno” (ibid. 315) [^]

(3) Il procedimento in questione lo riporta John Cage (Silence – A year from Monday, Cage, 1967 trad. Feltrinelli, Milano, 1971) nel dialogo tra un maestro e un discepolo che chiede spiegazione su come poter ottenere una continuità musicale se non c’è l’intenzione, la risposta del maestro è:”Christian Wolf ha introdotto nel suo processo compositivo azioni spaziali in discordanza con le azioni temporali successivamente eseguite. Earle Brown ha immaginato un procedimento compositivo nel quale gli eventi, seguendo tabelle di numeri casuali, vengono scritti senza alcuna sequenza, possibilmente in qualsiasi punto del medesimo tempo totale, nell’immediato futuro. A mia volta impiego operazioni casuali, alcune tratte dall’I King, altre dall’osservazione delle imperfezioni della carta su cui mi capita di scrivere. Quanto alla sua domanda: non preoccupandosene minimamente”.  [^]

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