RICERCA: ATTITUDINE MUSICALE - METODO SCIENTIFICO da MUSICA
E SCIENZA
Il margine sottile ISMEZ, Roma 1991
Michelangelo Lupone
I 6 Cercare … Trovare
Il traguardo o l’aspirazione del “gesto che
trova” non è, però, collocato in questo percorso
esistenziale e tanto meno in un ambito estetico come l’alea,
anzi contesta i segni della casualità ed esprime con vigore
tutto l’arbitrio e la volontà delle sue scelte. Eludendo
qualsiasi “ricerca”, il suo percorso ostenta la certezza
della tradizione e del senso comune, si mostra accessibile e
consueto, nonostante non conduca ad alcuna meta. Il percorso
potrebbe sembrare naturale e infinito, ma si svela, nella
maggior parte delle opere, un breve tragitto della memoria,
cosparso di macerie, di piccoli frammenti lasciati dal transito
troppo potente della musica in un passaggio stretto e impervio.
Ecco come il trovare di questi musicisti può
raccogliervi allora, tecniche improprie (non proprie) e
semplificate, modi espressivi scoloriti, brandelli di timbri, di
ritmi, di oggetti sonori che ancora luminosi vagano in modo
autosufficiente e generano qualche sensazione ancestrale o
citazioni ambigue, cristallizzate, immobili nel moto disordinato
di forme che si susseguono e che dissipano l’energia
potenziale di questo materiale riducendo a un modesto, se non
inutile, contributo la sua pregnanza. Certo, bisogna considerare
(con malizia) che si può “cercare e non trovare” o “cercare
e trovare il non cercato” o “cercare di trovare il non
trovato” ma nulla come il “non cercare e trovare” ci
sospende nel vuoto e produce quella leggera vertigine che
accompagna l’immaginario privato del senso!
La forma vuota, il significante valorizzato nei
suoi dettagli e nella sua semplice connotazione di involucro,
diventa la scatolina che assume il ruolo di segno ma che non
svela il suo contenuto e per questo ci rimanda all’attesa di
ogni possibile. E’ il vuoto artificiale che riempie ogni
interstizio e che permette al “trovare” di aggiungere il
superfluo all’effimero, all’involucro il suo contenitore, al
segno la sua faccia significante.
I 7 L’onesto artigiano
Oltre ai modi esaminati, un altro, più discreto,
si attesta su principi di estraneità dalla ricerca: il modo
artigianale. Quando i compositori, illustrando il loro lavoro,
ricorrono al termine artigianale, per presentare l’opera e la
metodologia costruttiva, vien voglia di chiedersi: intendono,
con questo, garantire l’affidabilità del prodotto in base all’ortodossia
dei procedimenti impiegati? Se si preferisce questa
interpretazione (e non ne vedo altre) si legittima un lavoro che
implicitamente non necessita di sperimentazioni o di scoperte,
quanto di una pratica ben conosciuta che sta al prodotto
musicale come un mestiere alla realizzazione funzionale dei suoi
scopi. Come dire che il lavoro compositivo si basa su una
consuetudine che assicura all’opera una media di resa e una
pronta confezione in risposta alle esigenze e ai tempi di una
domanda di mercato.
Il superamento della contrapposizione
artigiano-artista, espressa non sempre consciamente da questi
musicisti, sembra ripercorrere le concezioni di Groepius e del
Bauhaus, impoverite però dei contenuti di rivolta antiborghese
e di progresso del gusto estetico di massa che quest’ultimo
auspicava. Nella separazione sempre più grande verificatasi fra
opera e fruitore, si è disperso il nesso ideologico e sociale
che distingueva l’artista-artigiano. Nel vuoto intermedio, l’attuale
concezione rischia, se malamente interpretata, di porre in uso
solo il criterio ambiguo di produzione ripetitiva o appena
variata delle opere4, che
in senso lato, può soddisfare soltanto l’esigenza di
normalizzazione dell’opera d’arte e del gusto (tipica dei
sistemi primitivi o dei regimi reazionari). In una realtà
telematica, come ormai si definisce l’evoluzione attuale dell’era
industriale, l’assunzione del comportamento artigianale, per l’intrinseca
necessità di conservazione dei modi e dei mezzi di produzione,
risulta ininfluente nello scambio, nell’incrocio, nell’elaborazione
delle informazioni di cui si alimenta la cultura artistica
contemporanea e che condiziona e modifica l’intero assetto
organizzativo della conoscenza e dei suoi stessi strumenti
operativi.
Va da sé che il mantenimento di un certo
comportamento compositivo, ben consolidato da una pratica
artigianale, garantisce la continuità a regime dell’habitat
creativo, ma di certo un gran numero di opere a cui darà vita
non potranno distinguersi se non per l’esile contributo
diversificante offerto dal titolo e dall’organico! Se alla
ripetizione di alcuni gesti o metodologie, non sfugge la più
intensa e diversificata attività di ricerca, figuriamoci come e
con quale ricorsività, un’attività artigianale, che
esplicitamente si fonda su questa caratteristica, possa
naturalmente giungere alla riutilizzazione di formule e
materiali, di mezzi e forme che la consuetudine pone nella mano
ancor prima che alla coscienza (…benché molti critici, nella
palese ripetitività, riscontrino “lo stile riconoscibile”
dell’autore…).
A garantire la prospera sopravvivenza e
diffusione della manifattura artigianale in musica, interviene
spesso anche la dimensione della “Scuola”. Questa, nell’accezione
lontana di bottega (da non confondere con “laboratorio” che
implica ricerca), imperniata su un autore e sul suo stile, crea
e sostiene, attraverso il pedissequo comportamento del gruppo,
la diffusione di standard espressivi e tecniche di manipolazione
del materiale musicale che proprio per la riconoscibilità in un
preciso ambito linguistico, soddisfano un pubblico distratto e
demotivato, propenso ad accogliere e gradire solo le piccole
varianti di un prodotto, quelle apportate, in questo caso, da un
“onesto artigiano”. L’immagine assorta e riservata di
questo “lavoratore a domicilio”, con i suoi discreti margini
di libertà in relazione alla consegna dei pezzi e un controllo
sui suoi minimi mezzi di produzione, ci rimanda ad un’ottica
pianificata della produzione musicale in cui, nella migliore
delle ipotesi, questo volenteroso artifex può anche
raggiungere, se sorretto da un adeguato intuito, una proficua
organizzazione paraindustriale del suo lavoro, con conseguente
utile di capitale! L’attualità di questa concezione non ha
bisogno di commenti, soprattutto se pensiamo che i tratti più
evidenti di alcuni di questi musicisti si manifestano nel
controllo integrato dei processi di produzione (ideazione,
stesura) che per tempi e quantità si basano su un semplice ma
efficiente rapporto: tempo per la consegna = durata dell’opera/numero
di battute scritte giornalmente. Va notato che ciò è possibile
perché l’interesse prevalente del compositore-artigiano è
rivolto alla manipolazione delle altezze.
L’agilità, in questo senso, viene
perseguita come un preciso esercizio non solo per l’autore ma
anche per l’esecutore e l’ascoltatore. Attraverso processi
combinatori sempre indipendenti dalla natura fisico-percettiva
del materiale acustico utilizzato, si realizza la più elevata
mobilità delle altezze nella mancanza di direzionalità e
soprattutto nella dispersione del tempo della memoria: il
risultato è molto simile al “gioco linguistico dei sinonimi”,
dove una successione dei vocaboli viene creata dal giocatore
cercando il vocabolo che ha su per giù lo stesso significato
del precedente, in un continuum spezzato solo dalla ripetizione
(fine del gioco). Qualcuno sostiene che questo comportamento è
il frutto di una crisi ormai cronica del linguaggio musicale:
nulla di più inesatto e approssimato. Non credo che questa
musica scaturisca da una crisi del linguaggio né da una palese
dichiarazione antiprogressista. Non mostrando alcun segno di
disagio nel rapportarsi al presente, sono propenso a credere che
la sua integrazione al contesto culturale odierno sia dovuta
alla necessità, per i molti che la seguono, di recuperare un’isola
di quiete, dove ripristinare una qualche stabilità.
La ricca produzione di opere lascerebbe presumere
soprattutto, che la “sperimentazione” ha cessato il suo moto
incalzante per riflettere e sedimentare le sue scoperte. Non
credo sia possibile paragonare questi comportamenti alla forza d’inerzia
che ha caratterizzato periodi anche lunghi della storia della
musica, dopo l’urto, in prevalenza, di ricerche o di opere la
cui potenza innovativa ha richiesto tempo di assimilazione e un
nuovo sistema interpretativo del codice linguistico. Tutto ciò
corrisponde ad una sorta di “conservazione dello stato” che
tende a utilizzare in modo esaustivo l’energia sprigionata
dalla innovazione e dissipare con parsimonia le nuove risorse a
disposizione.
Mi sono chiesto più volte se anche per queste
opere contemporanee ciò corrisponda alla naturale esigenza di
approfondimento, d’investigazione e selezione che segue il
periodo di scoperta o d’invenzione, ma la risposta deludente
è immancabilmente giunta dall’uso marginale e
sovrastrutturale che queste fanno dei nuovi mezzi espressivi e
soprattutto da una volontà conciliante con la tradizione, non
solo recente, che promuove il già detto ad epigono e
rassicurante compagno di viaggio.
(4) “Nella volontà di
riunire la figura dell’artigiano a quella dell’artista che
non vuole essere diviso da sé stesso si avverte tutta l’angoscia
della scomposizione degli orientamenti pratici della stessa
persona che deve produrre opere uniche in molte e le molte in un
unico”, (Manlio Brusatin, Artigianato in Enciclopedia, Einaudi,
Torino, 1977).
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