RICERCA: ATTITUDINE MUSICALE - METODO SCIENTIFICO da MUSICA
E SCIENZA
Il margine sottile ISMEZ, Roma 1991
Michelangelo Lupone
II Il margine sottile
Invero in ogni questione, sebbene
alcunché debba essere incognito, perché altrimenti si farebbe
una ricerca inutile, bisogna tuttavia che esso venga così
designato mediante cognizioni certe, che noi si sia
compiutamente determinati a ricercare una cosa piuttosto che un’altra.
(Descartes)
Per raggiungere il punto che non
conosci, devi prendere la strada che non conosci. (San
Giovanni della Croce)
Non è il caso di scomodare la “Tradizione”
per affermare che la musica ha privilegiato più il rapporto con
la cultura umanistica che scientifica, anzi aggiungerei che per
molti musicisti, la distinzione tra i due ambiti è stata
vissuta, anche in tempi recenti, come opposizione. Se ciò può
rassicurare quegli “amanti della cultura” che con devota
perseveranza, affollano i concerti classici e con dovizia, un po’
pedante, ci informano (durante le pause) sul sentimento, l’ispirazione,
la sensibilità…, la cosa non ci riguarda. Per costoro, la
musica di cui vogliamo parlare, scienza o no, ha eretto un
limite invalicabile e di certo il solo effetto cacofonico dei
nuovi termini di cui appropriarsi (dodecafonia, serialità
integrale, materiale, elettroacustica etc.) contribuisce a
distogliere l’atto di superarlo quanto l’intenzione. Il
rapporto tra musica e scienza si presenta in altri termini
invece, a coloro che per passione e cultura, ma anche per
circostanza o per vezzo d’informazione, tentano di muoversi
all’interno di un contesto che nei mezzi come nei metodi, si
dichiara pronto a interagire con tutte le risorse. La questione
sollecita conoscenza e ricerca, forse sacrificio, ma per chi ha
scelto di convivere con un Faust, pure vecchio e malandato, a
cui le luci al neon ed il calcolatore sembrano aver ridato
grinta e necessità d’esperienza, anche lo sforzo o qualche
sbandamento apparirà necessario per rifondare le questioni
della musica.
Nessun patto con il diavolo, però, tantomeno
esoterismi. A chi si rivolgerà rimproverando che troppa ansia
di conoscenza disperde e deconcentra dalla musica, si potrà
rispondere con il proverbio che dice: “Dio scrive dritto
servendosi di linee curve”. L’eccesso del paragone
presuppone un interlocutore ironico e non bigotto, se ciò non
fosse converrà passare oltre affermando che qualche nozione in
più sulla relatività, a scelta anche galileiana, può bastare
a incentivare sensibilità ed intelletto e tentare, con un
rischio limitato, viaggi e nuovi affetti. Resta inteso che il
percorso, per i più audaci, può condurre anche a un margine
improvviso, forse perdersi “ai limiti della terra fertile”5,
ma svelare, comunque, il senso e le necessità della ricerca
musicale. Naturalmente, senso e necessità, non debbono essere
confusi con gli equivalenti termini della ricerca scientifica,
come qualcuno spesso ha modo di fare: l’esigenza di produrre,
da un lato, un’interpretazione soggettiva, dall’altro, una
conoscenza oggettiva del reale, distingue decisamente le
motivazioni ed anche i prodotti dei due ambiti culturali.
Un modo con cui spesso si manifesta non solo la
confusione ma anche l’intolleranza ad un approfondimento, lo
abbiamo constatato ogni volta che il giudizio critico ha usato
affermazioni del tipo: “Non si capisce se è un’opera
musicale o un esperimento scientifico!”; oppure: “Non si
capisce dove finisce l’esperimento e comincia la musica”;
oppure: “Troppa scienza, poca musica!”. Le opere a cui
sovente vengono indirizzate simili espressioni risultano
estranee quanto incomprensibili alla cultura del “dicitore”,
perché basate su mezzi (spesso elettronici) e metodologie
costruttive la cui portata supera i margini del contesto d’uso
e che lo informano, volente o no, di una significanza più
generale a cui deve pervenire se vuole decodificarne la valenza
espressiva6. Il dubbio,
manifestato nelle affermazioni con una certa malafede, camuffa
sotto l’apparente distinzione, il disagio di un pensiero
disordinato che cogliendo gli aspetti marginali delle due
culture tenta di farne coincidere gli esiti, per compiacersi di
screditarne il senso. Quanto l’intero contesto contemporaneo
sia attraversato da sistemi di pensiero direttamente connessi o
influenzati dalle esperienze scientifiche, è evidente anche al
“dicitore”, il quale a suo modo, nelle affermazioni dimostra
di percepire la separazione dei due prodotti, ma anche il
parallelismo possibile delle metodologie. Per giustificare il
suo non capire non gli resta quindi che tentare una facile
mescolanza dei termini e soprattutto appellarsi a quel criterio
diffuso che della musica come della scienza ne fa al tempo
stesso “patrimonio comune e cultura elitaria”.
Come dire che le affermazioni si misurano nell’opposizione
tra una fruizione di tipo generale del prodotto ed una
comprensione specialistica, ma dove, se è quest’ultima a
prevalere, necessariamente il prodotto non potrà essere né
accessibile né divulgabile. Così nei paragoni si affaccia il
termine “sperimentazione” che pertinente anche alla prassi
musicale, gli permette di forzare l’immagine specialistica,
impersonale e inespressiva del laboratorio, che basta a
liquidare il tutto come problema specifico, tanto distante
quanto incomprensibile a lui come al grande pubblico. Se
valutiamo la cosa da un altro punto di vista, è confortante
notare, come affermazioni di questo genere, al di là della
banalità del luogo comune, riconoscono al musicista uno
spostamento dei margini di competenza, manifestano,
implicitamente, che esiste un’area di confronto dove musica e
scienza oggi possono interagire, addirittura per gli sprovveduti
confondersi. Il margine sottile che le separa però, non distrae
le motivazioni né l’indipendenza: la sovranità di ciascun
territorio distingue con proprie leggi l’autonomia della
ricerca così come l’uso dei mezzi dagli scopi da raggiungere.
Non c’è confusione, tantomeno si può o si
vuole far coincidere la cultura del “non-mensurabile” con la
tradizione del calcolo e della verifica: la questione che si
pone riguarda, in modo lato, la necessità di rendere
comunicanti questi ambiti negli strumenti di pensiero, di
approfondirne le affinità, di porre le basi per una conoscenza
estesa dei fenomeni a cui si dà vita o a cui si è subordinati.
Il problema è generale e in musica non necessariamente
preventivo all’invenzione o alla scoperta. Naturalmente
nessuna risposta potrà considerarsi certa al di fuori del
sistema locale di riferimento, ma l’evoluzione direzionata del
linguaggio ed il controllo cosciente dei parametri in gioco (dai
fisici ai percettivi), ripaga, a mio avviso, degli sforzi quanto
dall’incomprensione circostante.
Se il contesto mostra alcune sacche di resistenza
all’integrazione fra cultura musicale e scientifica, non
significa che queste sono depositarie di criteri alternativi,
né che sono in grado di promuovere e sostenere una querelle,
indica soltanto che un vuoto di conoscenze deve essere ancora
colmato e con lui il riconoscimento che lo scambio tra le due
culture è reciprocamente funzionale. Questo scritto non
pretende d’essere esaustivo nelle considerazioni implicate da
un rapporto così complesso e in divenire, tenterà invece di
percorrere il “margine sottile” lungo quell’area di
ricerca che lega il suo bisogno a una costante, un metodo che
oltre a rendere comunicanti l’ambito musicale e scientifico ne
ha integrato le competenze a tal punto da imporsi come prassi
imprescindibile della ricerca: il metodo sperimentale. A
promuoverne lo sviluppo, allargandone la sfera d’azione, si è
aggiunto recentemente l’elaboratore elettronico e di quest’ultimo
dovremo tener conto, sia per l’influenza che la sua evoluzione
ha avuto sulle tecniche di simulazione virtuale dei fenomeni,
sia per l’interazione con il pensiero musicale che, attraverso
la sperimentazione, ne ha diretto e specializzato le
possibilità in campo acustico.
(5) Titolo di un quadro di Paul
Klee, è stato ripreso da Pierre Boulez nell’articolo
(omonimo) dove esaminando il rapporto tra il compositore e la
musica elettronica mette in evidenza l’ampliamento di tutte le
problematiche dell’evento sonoro. “L’abisso reale dell’incontro
con i mezzi elettronici consiste nel capovolgimento di tutta la
concezione sonora alla quale l’avevano abituato la sua
educazione, la sua esperienza; sorge un rovesciamento totale dei
limiti imposti al compositore, e più di un rovesciamento, una
specie di cliché negativo: tutto quel che era limite diviene
illimitato, tutto quel che si credeva imponderabile deve
subitamente venir misurato con precisione”. (Relevés d’apprenti,
Seuil, 1966 trad. Einaudi, Torino, 1968). 6 E’ il caso di
opere composte sulla base di leggi o teorie scientifiche come la
famosa teoria cinetica dei gas che Xenakis utilizza in
Metastasis e Pitoprakta, oppure gli ormai consueti procedimenti
stocastici e i legami markoviani introdotti per il controllo dei
parametri del suono e l’organizzazione di strutture ad alto
livello. [^]
(6) E’ il caso di opere
composte sulla base di leggi o teorie scientifiche come la
famosa teoria cinetica dei gas che Xenakis utilizza in
Metastasis e Pitoprakta, oppure gli ormai consueti procedimenti
stocastici e i legami markoviani introdotti per il controllo dei
parametri del suono e l’organizzazione di strutture ad alto
livello. [^]
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